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Le origini dell'Albero d'Oro

5 maggio 2022

Uno studio di Mario Canato indaga l'origine del curioso appellativo dell'Albero d'Oro.

L'autore sostiene che all'orogine del nome vi sia la posizione geografica della seconda residenza di Pietro Grimani dall’Albero d’Oro (1647-1734), padre del Doge Pietro Grimani.

Davanti a questo palazzo, situato lungo la riviera del Brenta tra Padova e Venezia, si ergeva infatti un albero monumentale, un pioppo ('piopa' in veneziano) la cui chioma in autunno sembrava quasi dorata.

Questo albero, rappresentato qui nell'acquarello di Domenico Margutti, fu per molto tempo protagonista di diversi aneddoti e racconti esemplari della tradizione orare della zona della Riviera del Brenta.

La leggenda dell’Albero d'Oro

Il pioppo d’oro della riviera del Brenta fu infatti un simbolo di prosperità nella cultura popolare.

Diversi aneddoti sono oggi a testimonianza di come nell’immaginario collettivo questo “albero della fortuna” fosse legato alla perdita e il recupero di grandi ricchezze.

Uno di questi narra di come un Grimani, dopo aver perso quasi tutti i suoi averi al gioco, si rifiutò di puntare anche il grande albero d’oro della proprietà al quale era particolarmente affezionato. Il Grimani perse il palazzo e, alla fine, fu costretto a giocarsi anche l’albero. Da qual momento la sorte gli sorrise: non solo recuperò ciò che aveva perso ma ottenne una somma di denaro che lo rese molto più ricco di prima.

Un'altra versione di questo aneddoto è narrata nelle cronache cartografo e viaggiare inglese Edward Wright degli anni Venti del settecento, così come nelle corrispondenze del Dott. Maihose, a metà del Settecento, con qualche variante. Anche il nobile Francesco Zorzi Muazzo (1732- 1775), appassionato peraltro del gioco d’azzardo, riportò l'episodio nella sua Raccolta de’ proverbi (1768-71):

«Anca la casa Grimani ze vegnua su da un albero, perché ghe ze stà un zogador ch’avea zogà tutto eccetto che un albero e con sto albero el s’a refatto de tutto e l’à rimesso la casa che fa quel spicco in Venezia che la fa.»

Arcadia in Brenta

Ritroviamo l'ormai celebre "albero d'oro" nella raccolta di novelle Arcadia in Brenta di Giovanni Sagredo, ambasciatore della Repubblica di Venezia.

«Tre dame (Marina, Rosana, Laura) e tre cavalieri (Silvio, Giacinto, Foresto) si dirigono su di un burchiello da Venezia a Fiesso per una breve villeggiatura estiva, durante la quale si scambiano lieti conversari: indovinelli, storielle, quesiti arguti, battute a sfondo sessuale, nascoste dal velo della metafora.
Quando il gruppo è giunto a destinazione, Marina, chiede chi fosse il proprietario della casa dove avrebbero alloggiato, e dopo che le fu riposto che era il cavaliere Ginnesio Gavardo, anagramma di Giovanni Sagredo, chiede di avere notizie anche sul palazzo di fronte: “– Ma di chi è – replicò – quel palaggio dirimpetto, e perché resta occupata la maggior parte della facciata da quell’albero smisurato, che gli sta piantato dinanzi? –”
La risposta, affidata a Foresto, è l’occasione per un elogio di circostanza delle doti del vicino – se ne propone qui l’identificazione con Marcantonio Grimani q. Antonio, padre di Pietro – e, parlando dell’albero, per offrire una riflessione solo apparentemente banale: “Foresto: – Il patrone dello stabile è un senatore de’ più compiti della Republica, dotato di tutte le qualità che possono render amabile un signore di qualificatissime condizioni. Chi troncasse quel grand’albore, leverebbe il godimento d’una bell’ombra, toglierebbe un fresco riposso a’ passaggeri affannati dal caldo e la ricreazione insieme del racconto che si fa dello stesso, non v’essendo carrettiere o barcarolo di quelli che frequentano questo fiume che non recitino l’istoria dell’albara d’oro –”»


Con la scomparsa del pioppo, verso la metà del Settecento, il racconto non sono sopravvisse. La demolizione nell'Ottocento del palazzo fu poi determinante per far calare il totale silenzio sull'albero d'oro che diede il nome al ramo dei Grimani di San Polo.

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